Iran: condannato a 25 frustate per una vignetta
11 maggio - Venticinque frustate per una caricatura di un deputato. Sta destando grande scandalo nel mondo la condanna inflitta in Iran la scorsa settimana al vignettista Mahmoud Shokraye. Nel disegno sotto accusa, pubblicato sul giornale locale Nameye Amir,  il parlamentare di Arak Ahmad Lofti Ashtiani viene ritratto in un stadio vestito da calciatore con una lettera di congratulazioni in una mano e il piede sopra un pallone. Ma il conservatore Ashtiani, che era stato criticato per le sue ingerenze nello sport, si è sentito offeso e ha citato Shokrayi in tribunale. La sentenza di condanna, la prima del genere in Iran, ha causato molte proteste. Sui social network come Facebook e Twitter si sono moltiplicati gli appelli perché il disegnatore facesse altre caricature del deputato. E’ indignato il famoso vignettista iraniano Nikahang Kowsar, che oggi vive in Canada e nel 2000 ha passato sei giorni nel carcere di Evin a Teheran per aver disegnato un importante  membro del clero nelle sembianze di un coccodrillo: “Questo verdetto – ha detto al Guardian- è una minaccia diretta ad ogni disegnatore satirico che lavora in Iran. Da adesso in poi qualunque pubblico ufficiale potrà fare causa per una caricatura. Nel passato era proibito disegnare il clero ora anche tutti gli altri sono diventati vacche sacre. Ai vignettisti non resta che lasciare il Paese o smettere di lavorare“. Per la giornalista iraniana Masih Alinejad il verdetto mostra una mancanza di tolleranza delle autorità verso ogni forma di critica: “Quella vignetta era assolutamente normale, il deputato appariva esattamente com’è, anzi forse anche meglio che nella realtà”. Ieri Amnesty International ha condannato  ”brutale sentenza” nei confronti di Shokraye: ”Venticinque frustate per una vignetta innocua sono un messaggio agghiacciante a tutti gli iraniani che non possono liberamente e pacificamente esprimere le proprie opinioni senza il timore di affrontare dure rappresaglie”, ha affermato Ann Harrison, vice direttore per il programma Medio Oriente e Nord Africa per l’organizzazione. (fonte: Corriere della Sera)

Bielorussia contro Internet
11 maggio - Nel suo ultimo discorso alla Nazione il presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko ha fatto riferimento anche alle accuse, che gli sono state rivolte dalle istituzioni internazionali e dalle organizzazioni che si occupano di informazione, di voler tenere sotto controllo i media e soprattutto Internet, mezzo che proprio nelle rivolte africane e non solo (la prima Twitter revolution è stata quella moldava) ha avuto una funzione importante, anche se non certo decisiva. Lukashenko, che ha definito quella odierna “l’era della comunicazione e dei media”, ha tentato staccarsi di dosso l’etichetta di nemico della Rete, dicendo testualmente che “tutte le misure restrittive in vigore in Bielorussia per quanto riguarda Internet sono copiate dagli standard americani ed europei. Siamo preoccupati per gli attacchi degli hacker e le frodi via Web”. Il riferimento è alla legge entrata in vigore all’inizio del 2012 che obbliga le aziende e gli imprenditori che operano nel Paese a usare domini bielorussi e non esteri. Il presidente ha però anche aggiunto che la Bielorussia è minacciata attraverso la Rete ed è stata data “una risposta adeguata alle attività sovversive nelle reti sociali e non è stato permesso di sviluppare la rivoluzione, come nei Paesi arabi e in parte in Russia e Kazakhstan”. Insomma, anche se Lukashenko ha affermato di non aver bloccato nulla, qualcosa alla fine dei conti è stato fatto (come obbligare gli utenti nei cybercafé a registrarsi e prevedere multe per i provider e i gestori  disobbedienti che lasceranno cioè connettere i loro clienti a siti esteri). E allora hanno forse ragione coloro che individuano nell’ultimo dittatore d’Europa uno dei predatori della libertà di stampa nel mondo. Il CPJ (Committee to Protect Journalists) ha classificato la Bielorussia nella sua ricerca intitolata“Attacks on the Press in 2011” come uno dei Paesi dove la libertà di stampa è a maggior rischio. E medesimo è il giudizio di Freedom House che nel rapporto “Freedom of the Press 2012” pone Minsk nelle ultimissime posizioni. Abbagli, secondo il presidente, anche  se stando a un recente sondaggio di Gallup, solo il 23 per cento della popolazione bielorussa ritiene che non ci siano problemi nell’ottenere e diffondere informazioni. La verità è quindi questa: Lukashenko deve rivedere il suo concetto di giornalismo libero.

Marocco, avviato dialogo su codice stampa
11 maggio - La riforma del codice della stampa, in Marocco, si fa attendere e, secondo il Ministro della Comunicazione e portavoce del governo, Mustapha El Khalfi, non sarà emanata prima di ottobre. Tempi lunghi per via della volontà di aprire un dialogo fra una commissione nazionale mista (con il compito di guidare il progetto di riforma), e l'insieme dei professionisti del settore, che dia vita ad una legge adattata alla nuova Costituzione. Il ministro stima che i lavori richiederanno almeno "due o tre mesi di concertazione". Il progetto finale dovrà toccare sei assi principali: le pene restrittive della libertà; le sanzioni ed indennità finanziarie; le autorizzazioni di pubblicazione e distribuzione estere; l'accesso alle informazioni; la definizione della professione di giornalista; il quadro giuridico della stampa elettronica. Younes Moujahid, presidente del Sindacato nazionale della stampa marocchina (SNPM), ha dichiarato che, dibattendo ''da quindici anni sullo stesso soggetto'', non e' ''questione di testi di legge, ma di politica", esprimendo cosi', scrive Le Soir-Echos, l'impazienza comune dei professionisti. ''Abbiamo un lungo passato dietro di noi, durante il quale la politica è stata utilizzata contro la stampa. La riforma del 2002 è stata un fallimento poiché il dialogo che ci attendevamo nel quadro di una commissione si è trasformato, all'epoca, in una discussione segreta, come se fossimo davanti ad un caso eccezionale", accusa Moujahid, precisando che, secondo lui, la questione sarebbe non tanto quella di eliminare le pene detentive dal codice della stampa, ma sapere se esse siano veramente utili. ''Per regolare i problemi - ha detto -, bisognerà innanzitutto diagnosticarli, valutarli nel contesto della nuova commissione nazionale". Per il Ministro della Giustizia e delle libertà Mustapha Ramid, "il grosso problema che si pone è discernere fra libertà e responsabilità e fra legge e deontologia", precisando il fatto che si constatano spesso delle "derive" volte al "non rispetto dei confini", nel senso che essi (cioe' gli operatori del settore) ''vogliono delle libertà senza limiti", ma in questo modo "un'informazione menzognera può costare molto cara alla vittima". Secondo il ministro EL Khalfi, "dopo vari ostacoli incontrati sul cammino, il nuovo codice della stampa sta prendendo forma in un quadro di dialogo e scambio". Il problema principale sarebbe appunto quello di implementare "un codice della stampa senza alcuna pena privativa della libertà", ma che eviti le derive. Pur riconoscendo che il Marocco ''è in caduta libera'' nella classifica internazionale delle libertà di stampa, attribuisce questa situazione al quadro legale attuale. Da parte sua, Noureddine Mifath, presidente della Federazione marocchina degli editori di giornali (FMEJ), sostiene che sia ormai giunto il momento di sbarazzarsi del sentimento della "hogra" (frustrazione) del quale soffre la stampa: "Non bisogna più riferirsi al codice penale per giudicare un giornalista, il codice della stampa deve essere l'unico riferimento dei giudici". Dello stesso parere è il presidente del Comitato nazionale per la riforma del codice della stampa, Larbi Messari: "Bisogna evitare di apportare troppa interpretazione a ciascun articolo della legge. Il codice della stampa deve essere chiaro e preciso nei suoi articoli, così da evitare dei problemi al giudice". (fonte:ANSAmed)

 

 

28 giornalisti e operatori dei media uccisi nel 2012

 

Corso di formazione per volontari

SOCIAL WEB
Teoria e tecnica di promozione su web per le associazioni di volontariato


Firenze
dal 4 al 26 giugno 2012

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Tunisia: libertà d’espressione sotto attacco
1 maggio - In nome della difesa della morale e della religione, le autorità della Tunisia post-Ben Ali stanno progressivamente restringendo gli spazi per la libertà d’espressione...


E' sulla primavera araba la migliore foto dell'anno
L'immagine è stata scattata in Yemen e mostra una donna, coperta dal velo integrale, mentre tiene tra le braccia un parente ferito. La foto pubblicata dal New York Times a ottobre 2011. Premiati anche tre fotografi della France-Presse...
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archivio 
articoli 2012

 
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Rapporto annuale del Freedom House: la stampa italiana leggermente più libera nel dopo Berlusconi
1 maggio - La libertà di stampa è leggermente aumentata in Italia con le dimissioni di Silvio Berlusconi da premier, ma il Paese resta tuttavia 'parzialmente libero', anche a causa dell'influenza del Cavaliere. È quanto si apprende dal rapporto 2012 di Freedom House, organizzazione indipendente statunitense che ogni anno pubblica i dati relativi alla libertà di stampa nel mondo. Il nostro Paese è un raro esempio di nazione non 'libera' in Europa occidentale e si posiziona al pari di Guyana e Hong Kong. Per la prima volta in otto anni, la situazione globale nel complesso non è peggiorata. A guidare la classifica, Finlandia, Svezia e Norvegia. "Il peggio del peggio" è riscontrato in otto Stati: Bielorussia, Cuba, Guinea equatoriale, Eritrea, Iran, Corea del Nord, Turkmenistan e Uzbekistan. Il punteggio degli Stati Uniti è scivolato a causa della repressione da parte delle forze di polizia del movimento e dei giornalisti che hanno seguito Occupy Wall Street. Lo scandalo dei media ha danneggiato la posizione del Regno Unito, che resta comunque Paese 'libero'. Grande attenzione è rivolta alla situazione dei Paesi della Primavera araba: "La recente apertura degli ambienti multimediali in Paesi come la Tunisia e la Libia, pur tenue e lontana dall'essere perfetta, è fondamentale per il futuro dello sviluppo democratico nella zona e deve essere nutrita e protetta", ha sottolineato il presidente di Freedom House David J. Kramer. La Cina e le nazioni autoritarie in Africa e Medioriente, si legge nella relazione, hanno censurato le notizie della primavera araba. In Uganda, Angola e Gibuti, "le autorità hanno represso, a volte violentemente, i giornalisti che coprono le manifestazioni". Cina, Russia, Iran e Venezuela sono segnalati nel rapporto come Paesi in cui "vengono detenuti i critici, chiusi mezzi d'informazione e condotti procedimenti penali contro giornalisti". Il controllo della televisione e della radio da parte dello Stato, si legge ancora, è alla base del sistema mediatico in molti Paesi, tra cui Russia, Venezuela, Zimbabwe, Cina e Vietnam. Diverse democrazie hanno minato l'ambiente ideale per la libertà di stampa, come il Cile e l'Ungheria, che passano da 'liberi' a 'parzialmente liberi'. Il Messico resta "uno dei posti più pericolosi al mondo per i giornalisti". In generale, sul totale di 197 Paesi analizzati lo scorso anno, 66 sono 'liberi', 72 'parzialmente liberi' e 59 'non liberi'. Soprattutto a causa della Cina, che vanta "il sistema più sofisticato al mondo per quanto riguarda la repressione dei media", Freedom House indica che il 40,5%della popolazione mondiale vive in un ambiente dove la stampa non è libera, il 45% in situazioni parzialmente libere, solo il 14,5% in Paesi liberi. (fonte: LaPresse/AP)

Birmania: si allenta la censura, "Ma non c'è ancora libertà"
1 maggio - Per decenni la giunta militare birmana ha soffocato la stampa in maniera brutale, così come ha represso l'opposizione, simbolicamente rappresentata dalla figura di Aung San Suu Kyi. Gli ultimi mesi hanno visto una maggiore liberalizzazione da parte della giunta militare, che ha riguardato anche il settore della stampa, ma molta strada resta ancora da fare e la censura è ancora molto attiva. "Non è vero - spiega Thomas Kean del Myanmar Times - che non si possono fare articoli sui militari. Ma a questi bisogna prestare enorme attenzione e cautela". In ogni caso giornalisti ed editori parlano di una situazione molto migliorata rispetto a due anni fa. Anche se la libertà di stampa è un'altra cosa. "Noi normalmente - ammette Thaung Su Nyein di 7 Days - non scriviamo mai in termini molto negativi del governo e delle questioni militari".Qualcosa dunque si muove, e la comunità internazionale oggi guarda con interesse a questi piccoli passi. Ma ancora solo alcuni mesi fa le autorità militari hanno chiuso per una settimana il giornale che aveva pubblicato in prima pagina una foto di San Suu Kyi ritenuta troppo vistosa. (fonte: TMNews)

Turchia: dopo 17 mesi liberato cronista 'adottato' dalla FNSI

1 maggio - Il giornalista turco Baha Okar, in carcere da 17 mesi, 'adottato' dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana (Fnsi), e' stato rimesso in liberta' da una corte di Istanbul: lo ha riferito il presidente della Fnsi Roberto Natale, che ha assistito all'udienza. Circa 100 giornalisti turchi si trovano tuttora in carcere. Okar, direttore della rivista 'Scienza e Futuro', era stato arrestato nel settembre del 2010. Da allora era detenuto, accusato di favoreggiamento del gruppo armato separatista curdo Pkk, nel carcere di massima sicurezza di Tekirdag. Con Okar la corte ha disposto la liberazione di altri tre accusati, non giornalisti. Tutti rimangono imputati. Quasi 100 cronisti, per meta' curdi, sono tuttora in carcere in Turchia, ha rilevato Natale, ''con fantasiose accuse di supporto al terrorismo'' o a un presunto colpo di stato. La recente classifica di Reporter senza Frontiere sul rispetto della liberta' di stampa piazza la Turchia al 148mo posto su 176 stati. Secondo il presidente della Fnsi la liberazione di Okar ''e' il segno della inconsistenza delle accuse''. Durante l'udienza, ha precisato, il presidente della corte e i magistrati non hanno fatto alcuna domanda''. (fonte: ANSAmed)

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Internet, tra libertà e censura 
per leggere il rapporto (in inglese)
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La lotta di una giornalista afgana per l'emancipazione delle sue connazionali

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Il blog di Yoani Sánchez, attivista per i diritti umani e giornalista cubana, una spina nel fianco per le autorità di Cuba

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